Internazionalizzazione

Tra le scelte aziendali citate in precedenza, il primo aspetto da tenere in considerazione e che risulta determinante nell’analisi riguarda l’opzione di essere internazionalizzati (e in subordine quella collegata di essere innovativi e di effettuare ricerca). In particolare l’Internazionalizzazione sembra rappresentare uno dei fattori di base dell’imprenditorialità (almeno per la componente industriale alla fine del primo decennio del nuovo secolo). Persino in un anno di forte calo del commercio mondiale, la percentuale di imprese che intrattiene rapporti con l’estero passa dal 14,1% del 2008 al 16,8% del 2009, con un incremento generalizzato tra tutte le classi dimensionali ad eccezione di quelle di media dimensione. Sebbene la variazione più consistente sia associabile all’atteggiamento delle imprese di grandi dimensioni (+12,3 punti percentuali), il dato aggregato risente del maggior peso relativo della variazione delle micro imprese (+2.8 punti percentuali). Quest’ultimo aspetto non è da sottovalutare. Il fatto che il numero di imprese piccolissime che ragiona in una prospettiva internazionale aumenti, anche in misura consistente, è un fenomeno che riflette un profondo mutamento di strategie e che mostra un panorama internazionale non più riservato alle sole imprese maggiori.  L’Internazionalizzazione sembra quindi essere un’opzione stabilmente presente per quella parte del sistema produttivo che intende competere al di là di dimensioni e settori.

Forme di Internazionalizzazione per classe dimensionale 2009, e totali 2008, valori percentuali

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Va sottolineato, come detto, il rilievo della presenza sui mercati internazionali delle microimprese e di quelle di dimensioni fino a 49 addetti. Le percentuali possono apparire marginali, sia considerando il fatto che si riferiscono a quote ampiamente minoritarie delle imprese di queste dimensioni, sia -ancor di più- per il fatto che si può valutare l’entità del fenomeno sulla base del giro di affari delle stesse imprese, evidentemente piccolo.

Si tratta di un “fatto” del quale prendere atto e, se possibile, cercare di capire con quali elementi di forza e di debolezza si sviluppa un fenomeno poco noto e (in un’ottica di policy) in quale modo facilitarne la vita.

La differenziazione regionale è a sua volta caratterizzata da una certa eterogeneità: le regioni percentualmente più internazionalizzate sono Veneto ed Emilia Romagna mentre la Toscana e soprattutto la Puglia hanno una percentuale molto inferiore di imprese che operano sui mercati internazionali. Va sottolineato ancora come performance e carattere delle regioni sono del tutto legati al comportamento dei micro e piccolissimi: i comportamenti delle grandi imprese non sono particolarmente differenziati (se non per il tipo di produzione realizzato), mentre il valore medio dell’Emilia Romagna rispetto alla Toscana, per esempio, è determinato quasi esclusivamente dal comportamento nei rapporti con l’estero delle micro aziende.

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