Indagine MET 2017: primi risultati

A poche settime dalla chiusura dell’Indagine MET 2017 desideriamo condividere i primi risultati.
Prima di presentare queste anticipazioni, desideriamo ringraziare le 23.700 imprese che, nonostante i tanti impegni e le numerose rilevazioni presenti, con grande disponibilità hanno contribuito alla buona riuscita dell’indagine 2017.
Passando alle primissime evidenze, il sistema industriale italiano si sta muovendo con grande rapidità e i segnali evidenziati indicano che i successi sui mercati internazionali degli ultimi anni non sembrano essere episodici e destinati a svanire rapidamente. Non solo il tessuto produttivo sembra aver completato, in termini di presenza dei drivers della competitività, il processo di resilienza rispetto allo stato pre-crisi, ma sotto molteplici aspetti le imprese italiane mostrano una maggiore consapevolezza della necessità di affrontare le crescenti pressioni competitive attraverso R&S, innovazione e presenza sui mercati internazionali.
Le politiche pubbliche, ancora da rafforzare sul versante strategico e di orientamento su aspetti rilevanti, hanno operato con un accompagnamento forte dell’azione dinamica dei privati. Rimangono alcuni fattori di debolezza rilevanti, instabilità delle strategie, fragilità finanziarie e limitati sforzi per rafforzare le competenze manageriali e del personale, che dovrebbero essere attentamente curate dalla politica di sviluppo dopo un avvio di strategia molto gradito dalle aziende.
Si diceva del consolidamento della ripresa: si registra un significativo aumento degli investimenti fissi che interessa oltre il 40% delle imprese, con una crescita del numero delle stesse che investono superiore al 20% tra 2015 e 2017. Tutte le classi dimensionali e tutti i territori registrano valori superiori a quelli pre-crisi.Questo segnale, come tutti quelli che seguiranno, è diffuso in tutte le classi dimensionali a partire dai 5 addetti e si consolida fortemente dai 20 in su.
Nelle nostre analisi (per esempio quelle per DG ECFIN) noi consideriamo essenziali –assai più dei semplici investimenti il cui andamento può essere un semplice “rimbalzo” dopo un lungo periodo in cui non si sostituivano neppure i macchinari – le strategie dinamiche che si proiettano nel medio/lungo periodo rappresentate da indicatori c.d. “dinamici”, quali le attività di innovazione, da R&S e dalla ricerca di nuovi mercati in contrapposizione agli altri, considerati “statici”.
Con i primi anni della crisi, gli statici erano enormemente aumentati fino a coinvolgere l’80% delle imprese nel 2011; nel 2017 sono scesi al 50% del totale. Dai 5 addetti tale quota scende al 39% per attestarsi al 18,9% già dai 10 addetti, Il sistema sta cambiando rapidamente, le dimensioni sono importanti ma tutte le imprese strutturate, anche di piccola dimensione, si stanno muovendo velocemente.
Le imprese “integrate”, ovvero quelle che prevedono strategie che coinvolgono allo stesso tempo ricerca, innovazione e mercati internazionali, passano dal 2,3% prima della crisi, all’8% del totale delle imprese industriali italiane nel 2017 (naturalmente in termini di addetti la quota cresce notevolmente). La stessa quota per le imprese tra i 10 e i 49 addetti passa dal 6,7 al 21,8%, mentre nella classe 50-249 sfiora il 60%. Sono indicatori di competitività non trascurabili che spiegano il successo sui mercati internazionali.
L’attività di ricerca rappresenta una delle strategie con i maggiori incrementi nel periodo e capace, nel passato, di anticipare comportamenti dinamici e successi di mercato. Già nella classe di piccole imprese 10-49 essa interessa quasi un terzo degli operatori superando di molto i valori pre-crisi e con forte incremento rispetto al 2015.
Il ruolo delle politiche pubbliche è stato, per la prima volta da molti anni, incisivo e ha interessato oltre il 35% delle imprese che hanno fatto Ricerca, con ampio ricorso alla Nuova Sabatini, ai crediti di imposta e ai benefici fiscali oltre che alle norme per il Mezzogiorno. La percentuale di imprese agevolate è stata più elevata nel centro-nord. Difficile sostenere per ora meccanismi di causa effetto, ma certo l’azione pubblica ha accompagnato lo sforzo dei privati.
Molto interessante è il grado di istruzione del management e del personale: il legame tra strategie innovative e istruzione è evidente così come la presenza ancora molto ridotta di titoli di studio superiori anche nel management rappresentando un elemento di debolezza riconosciuto per le realtà più in crescita. Il deficit di competenze manageriali nel profilo delle imprese “statiche” è evidente e si accompagna a performance economiche molto negative rispetto a quelle rilevate nel gruppo delle imprese con un profilo strategico integrato.
Nelle regioni meridionali il quadro non si presenta in modo molto diverso come modello di comportamento, se non su due aspetti specifici: il primo riguarda la diffusione delle strategie dinamiche (molto meno presente e limitata a quote relativamente ridotte), il secondo è il minor ricorso agli aiuti di Stato rispetto al Centro nord.

Un ulteriore approfondimento sui primi risultati dell’indagine, con alcune rappresentazioni grafiche dei dati, sono presenti nell’articolo del Sole24Ore del 21/03/2018