Obiettivi

Le indagini MET svolte negli anni e il presente Rapporto hanno l’obiettivo analitico di fornire una prospettiva sull’evoluzione del sistema industriale italiano negli anni delle crisi (2008-2020).

L’intento è di approfondire gli elementi strutturali e le componenti strategiche in grado di garantire incrementi di produttività e performance considerando le tante modalità e distribuzioni che assumono nei diversi casi i percorsi innovativi, quelli della ricerca e l’ampliamento dei mercati.

Si può proporre una sintesi delle evoluzioni del sistema industriale italiano come guida di lettura per le tante evidenze presentate; non su tutto lo schema che si descrive il corpo delle ricerche è ancora sufficientemente robusto, ma si vuole offrire un quadro interpretativo che abbia il pregio della coerenza e che trovi riscontro nelle evidenze empiriche presentate offrendone un quadro unitario.

In primo luogo le differenze nella struttura e nelle strategie delle imprese.

Se si osserva lo scenario di partenza, che si era venuto a determinare prima del 2008 nell’industria italiana, si possono notare le numerose debolezze accumulate negli anni.

Scarsa attività innovativa, bassa intensità di ricerca, fragilità competitiva, calo vistoso delle quote sul commercio mondiale, fragilità finanziaria e patrimoniale ne rappresentavano i tratti distintivi fondamentali.

Tra il 2008 e il 2020, in particolare dopo la crisi cosiddetta dei debiti sovrani, un numero crescente di imprese ha intensificato gli sforzi di modernizzazione accentuando una reazione particolarmente evidente nel campo dei driver della competitività.

Questo sforzo, riconoscibile anche nell’arresto del trend negativo di molte grandezze qualificanti riferibili al sistema industriale è stato apprezzabile in molti campi (dalla ricerca alle performance esportative), ma ha mantenuto anche fattori di debolezza identificabili, almeno nelle nostre analisi, nella discontinuità delle strategie di crescita e nel rischio di abbandono dei progetti di sviluppo.

Il rischio di abbandono (che si somma con quello del fallimento) si è accentuato fortemente con la crisi Covid che, oltre ad avere effetti immediati sul calo delle attività e sul blocco delle produzioni, ha anche l’effetto, particolarmente preoccupante in un orizzonte di lungo periodo, di bloccare attività di sviluppo essenziali come la R&S, interrompendo un’espansione che sembrava promettente.

La struttura finanziaria delle imprese si è rafforzata complessivamente (aumento della patrimonializzazione e riduzione del rapporto debiti su patrimonio) per un mix di restrizioni al credito e di strategie delle singole unità; tuttavia la debolezza permane ed è ancora più pesante nel susseguirsi di crisi e di shock rapidi che ha caratterizzato il periodo di analisi. Oltretutto, sia le informazioni sulle fonti esterne di finanziamento specifico della ricerca, sia quelle riferite al razionamento del credito segnalano contemporaneamente un ruolo ancora prevalente del credito e condizioni particolarmente critiche proprio per le società impegnate nel campo della ricerca.

Infine va sottolineato come i temi della sostenibilità ambientale si stiano diffondendo come fattori influenti delle strategie di impresa non solo come vincoli imposti dai governi ma come obiettivi di mercato rilevanti.

All’inizio della crisi pandemica, quindi, il sistema industriale italiano era molto diverso da quello del 2008: presentava forti segnali di reazione alle crisi e di dinamismo, ancora non del tutto stabilizzati nel sistema. Il quadro era tale da esporre alle difficoltà degli shock esterni non solo i soggetti tipicamente considerati fragili (per dimensioni minime o per mancanza di prospettive di crescita), ma anche – e soprattutto – quelli che avevano avviato progetti di sviluppo senza aver ancora consolidato i risultati in termini economici e finanziari.

Le politiche industriali adottate in Italia nel recente passato, del resto, non hanno beneficiato di grandi strategie[1] lungimiranti identificate e perseguite dai governi in una prospettiva stabile; si sono concentrate, piuttosto, sull’accompagnamento delle preferenze dei privati con strumenti finanziari sempre più orientati verso l’automatismo e il coinvolgimento delle banche.

La disintermediazione dell’amministrazione pubblica che ne è derivata ha accelerato i processi di concessione e di utilizzazione dei benefici, ma ha ulteriormente impoverito una struttura che dovrebbe essere chiamata a gestire strategie complesse con il Recovery Plan for Europe.

[1] Un’eccezione è stata rappresentata dai programmi 4.0 (Industria e Impresa). Le modalità operative degli strumenti utilizzati, tuttavia, sono state più orientate all’accompagnamento di strategie proprie delle imprese, piuttosto che a modificare il loro sistema di preferenze in specifiche direzioni.