Le risposte alla crisi: ovvero, dell’incapacità di proposta della scienza economica (in Italia)

di Raffaele Brancati

Le ipotesi di manovre correttive della finanza pubblica, le proposte di studiosi singoli o associati, le iniziative dei giornali economici hanno messo in chiara evidenza un aspetto che, almeno per me, è realmente preoccupante: non sono disponibili in Italia proposte, idee, teorie, prassi adeguate per proporre interventi orientati alla crescita con qualche credibile prospettiva di breve-medio periodo.
Il recente dibattito ha mostrato tutte le debolezze possibili in questo campo, pur essendo chiaro a tutti che la stabilizzazione di indicatori che hanno al denominatore il Prodotto Interno Lordo deve prevedere una crescita di questa stessa grandezza per rendere credibile ogni processo di risanamento (oltre ad avere evidenti effetti sul reddito individuale e collettivo).

Sui tagli alla spesa pubblica, o sulle misure di aumento delle entrate le critiche, possono essere diverse; molti hanno idee contrapposte, la valutazione delle opportunità cambia in funzione delle sensibilità e delle preferenze dei diversi opinionisti, delle attenzioni ai mercati finanziari e di molte altre variabili. Su questi aspetti, declinati per lo più in modo concreto, le idee sono numerose, anche se le quantificazioni sono spesso traballanti, l’attenzione alle operatività sono modeste e mettono in evidenza ignoranze davvero clamorose. Si tratta quindi di aspetti sui quali è opportuno discutere, ma esistono argomenti e riflessioni per farlo.

Dove la povertà di idee e di strumenti appare incredibile è sul piano delle azioni per promuovere la crescita. La superficialità dei ragionamenti e delle proposte, la voglia di non soffermarsi sugli orizzonti temporali che ci si pone realmente, e la totale assenza (anche da parte di chi si propone come portatore del “metodo scientifico”) di quantificazioni anche solo ragionevoli, assume contorni imbarazzanti.

Proviamo ad elencare le proposte presentate da diversi soggetti, proposte spesso incrociate sui giornali quotidiani e per le quali l’attribuzione delle paternità appare superflua.

La prima e più diffusa proposta per la crescita (dovendo ragionare a costi ridotti per la finanza pubblica) è quella di avviare un piano di liberalizzazioni e in particolare si cita la necessità di abolire gli albi professionali (o almeno alcuni di essi), di liberalizzare gli orari degli esercizi commerciali ed altro –come mai non si citano interventi di miglior controllo sui mercati delle utilities?–.

Ora, ammettiamo pure che siano tutte proposte corrette (non ho elementi per criticare tali misure), qualcuno ritiene davvero che, per esempio cancellando l’ordine degli avvocati, si possa spostare verso l’alto in misura significativa il tasso di crescita del prodotto italiano nei prossimi cinque anni? Se è così, attraverso quali meccanismi e con quali specificazioni analitiche in un orizzonte temporale relativamente limitato? Intendiamoci, si può ritenere opportuno che tali interventi debbano essere realizzati per un migliore funzionamento generale della società, ma non vedo come possano rappresentare un grande stimolo per la crescita nel prossimo futuro.

La seconda proposta “caratteristica” riguarda le privatizzazioni. Le privatizzazioni hanno una componente dedicata ai saldi di cassa dello Stato e una componente  di efficienza e di minori vincoli che dovrebbe essere orientata alla crescita, appunto.
In linea di principio il ragionamento sembra ineccepibile, anche se qualche specificazione quantitativa andrebbe fatta: per esempio se si considera Finmeccanica, spesso citata come società pubblica da privatizzare, andrebbe anche detto che il capitale di proprietà del Ministero dell’Economia è pari solo al 30,2% ed è già in gran parte privatizzata; per l’ENI la quota è analoga. Quindi il profilo quantitativo si riduce drasticamente rispetto a quanto comunemente si pensi e ci si riferisce prevalentemente agli effetti perversi dei privilegi che rimangono in capo allo Stato in queste e in altre società: si ritiene cioè che vi sia un’elevata possibilità di crescita legata alla semplice eliminazione dei vincoli rimasti (prevalentemente riferibili a nomine e golden share). Viste le esperienze precedenti di privatizzazioni, che meriterebbero ben altre riflessioni rispetto a quelle presenti in letteratura, credo proprio che dovrebbe essere onere di chi avanza queste proposte specificare nel dettaglio gli effetti attesi. Viceversa, se si tratta solo di questioni di principio, gli effetti sulla crescita –assumiamo sempre un orizzonte di cinque anni- sarebbero presumibilmente molto modesti. Le privatizzazioni andrebbero comunque realizzate, ma almeno concentriamoci sul come evitare che si trasformino in rendite private (su questo nulla viene detto) e non attribuiamo ad esse poteri salvifici e quasi immediati sul piano della dinamica del reddito.

La terza categoria di proposte riguarda altre linee di azione che tutti apprezzeremmo e tocca ciò che potremmo chiamare in termini generali un migliore funzionamento dei servizi essenziali (istruzione, giustizia civile e penale, sanità, e molto altro). Nessuna persona residente in Italia può trascurare l’importanza determinante di questi aspetti; quindi agiamo decisamente in questi campi: le possibilità di miglioramento sono molto grandi e tutti potremmo apprezzarne i risultati.
Le questioni si complicano quando si voglia pensare ai tempi e ai modi. Supponiamo che l’università italiana vada ben migliorata; supponiamo pure (ma francamente la mia difficoltà ad accettarlo è totale e specifico che si tratta solo di un esercizio retorico) che il meccanismo vada messo in moto –come proposto da autorevolissimi studiosi- partendo dall’aumento delle rette per gli studenti che spingerà verso un migliore controllo della qualità dei servizi universitari (controllo che, per inciso si sta separando totalmente dalla didattica).
Ciò che non viene esplicitato (tra i molti aspetti non analizzati) è il tempo necessario perchè il miglioramento dell’istruzione si trasferisca in maggiore crescita: il passaggio da un incremento delle rette a un incentivo a migliorare la didattica, da questo al miglioramento della qualità dei laureati e, una volta entrati nel mercato del lavoro, a un aumento produttività mi pare un processo non banale e certamente molto lungo. In sostanza, ben venga un miglioramento della qualità dei servizi (possibilmente con strumenti meglio fondati di quello appena menzionato), si avvii subito il processo (possibilmente dopo averlo analizzato nel dettaglio e non solo con due idee in croce), ma -ancora una volta- è difficile ritenere che possano avere alcun effetto sulla crescita a 5 (in alcuni casi neppure a 10) anni del paese. Se qualcuno vuole sostenere tesi diverse dovrebbe avere l’onere di offrire almeno un percorso logico (e quantitativo) coerente che descriva il tutto.

Esiste infine la “questione fiscale” i cui effetti di stimolo dovrebbero essere riferibili, per esempio, alla crescita dell’aliquota IVA a compensazione di una riduzione di quella IRAP, o, come dice il ministro Tremonti, spostare la tassazione dalle persone alle cose. La proposta, in linea di principio, pare anche ragionevole -non fosse altro perché sul mercato nazionale tasserebbe allo stesso modo produttori nazionali e produttori di beni di importazione a differenza delle imposte dirette che gravano esclusivamente sui primi- ma manca qualsiasi specificazione sulla misura. Piccoli spostamenti, che sono i più probabili nel contesto internazionale dato, avrebbero inevitabilmente modesti effetti.
Per quanto riguarda le politiche per le imprese, secondo tutti gli osservatori (spesso distratti), queste vanno cancellate e fanno parte delle proposte per tagliare le spese (attribuendo a tali aiuti quantità di risorse erogate enormi e sbagliate, cfr. sezione “Politiche per le imprese“).
Cosa fare e, soprattutto, come fare con i vincoli di bilancio dati? Naturalmente la possibilità di orientare le azioni dello Stato non è certo compito semplice (ma diventa una missione impossibile se nessun ministro e solo rari dirigenti vi si applicano), ma su alcuni obiettivi definiti -in attesa che ci venga proposta qualche teoria innovativa della crescita- si può avviare qualche intervento.
La tanto evocata e corretta Germania, pur caratterizzata da una struttura di imprese di dimensioni assai maggiore della nostra –quindi con maggiore capacità, a parità di altre condizioni, di sopportare gli oneri di ricerca o di commercializzazione in paesi lontani -, spende molte risorse pubbliche per queste politiche (il doppio dell’Italia in quota sul PIL) e interviene in modo massiccio per l’innovazione e la ricerca (con servizi e non solo con soldi), per gli esportatori e per l’accesso al credito. Forse si potrebbe cominciare ad analizzare nel dettaglio –anche strettamente operativo- gli strumenti tedeschi e le tante attività che loro realizzano. Sono politiche e forme di intervento che in Italia liquidiamo come inefficaci e inutili, ma che altrove si realizzano: perché non imparare da loro ed adattare le esperienze? Soprattutto, perché lasciare soli i produttori che competono sui mercati internazionali? Attualmente questi soggetti rappresentano una quota molto ridotta delle imprese nazionali, eppure resistono e crescono sui mercati mondiali, nonostante le molte difficoltà, ed hanno un ruolo determinante per sostenere la pur modesta dinamica del reddito nazionale.

In Italia gli interventi diretti per le imprese, comprendendo le PMI, il sostegno alla ricerca privata, il Mezzogiorno e tutti gli interventi regionali non hanno superato i 4 miliardi nel 2009 e nel 2010 non dovrebbero aver subito drastici mutamenti. Sono risorse scarse, spesso mal utilizzate e con regole cervellotiche. Sarebbe molto utile per tutti migliorarle (anche copiando qualcosa!).
Nulla di risolutivo, ma pur sempre qualcosa.

One thought on “Le risposte alla crisi: ovvero, dell’incapacità di proposta della scienza economica (in Italia)

  1. Sei quesiti per discutere
    – Cosa può fare per lo sviluppo economico un sistema creditizio, non più vincolato da impieghi verso imprese locali/nazionali? Nuove regole per il credito bancario sono possibili!
    – Perché abbandonare la raccolta diretta del risparmio privato da parte delle imprese ad un mercato troppo asfittico e poco trasparente? Nuove regole per il mercato dei titoli sono possibili!
    – Come prefigurare interventi di tassazione che incentivino la circolazione del capitale finanziario e l’uso del patrimonio in attività economiche, tassando maggiormente il patrimonio ed il capitale non utilizzato in attività economiche? Nuove regole di tassazione sono possibili!
    – Cosa impedisce al settore pubblico di attuare politiche di “segnalazione” in grado di orientare, nel medio termine, le imprese verso sentieri di sviluppo? Un nuovo ruolo del settore pubblico è possibile!
    – Perché in Italia, paese europeo con il più alto tasso di micro imprese, non si realizzano politiche di sostegno per questa peculiare presenza configurandola come opportunità di sviluppo anziché considerala, nella migliore delle ipotesi, una iattura da trasformare prima in media e poi in grande impresa? Una diversa valutazione del nostro sistema di imprese è possibile!
    – Perché non prendere atto che le politiche di distretto, così come l’abbiamo pensate e realizzate in Italia non riescono più a sostenere appropriatamente proprio quelle imprese che oggi continuano ad essere presenti sui mercati internazionali? Un rinnovata lettura delle relazioni economiche d’impresa potrebbe aiutare!

    Sono semplici quesiti su cui richiedere attenzione – più articolata di quella qui dedicata – se ben formulati.
    Raffaele Mannelli

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